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Riflessioni sul seminario di "Psicologia della metafora" (4 Maggio 2008)
Cosa può nascere dal connubio di dieci psicologi, psicoterapeuti tutti di età, provenienza e orientamento diversi e un giovane scultore nel pieno della sua attività artistica? Ecco quello che ho provato durante il seminario sulla "Psicologia della metafora" che si è tenuto domenica 4 maggio '08 presso la bottega del maestro Giorgio Butini a Lastra a Signa (FI), organizzato dall'associazione per la promozione sociale "Le Muse" con il patrocinio dell'"International Foundation Erich Fromm". Il seminario è stato coordinato dal dott. Ezio Benelli e dalla dott.ssa Irene Battaglini. Un'esperienza importante, densa di significati ed emotivamente toccante. Il "La", il principio, è stato dato sicuramente dal setting: la bottega dello scultore Butini, un'oasi di pace e bellezza situata sulle colline di Lastra a Signa, a pochi chilometri da Firenze. Lo studio è in una piccola chiesina sconsacrata, la cappellina di Sant'Ilario, in cui si percepisce non solo spiritualità ma anche energia, luogo caldo, accogliente, oserei dire quasi "materno". È qui che il nostro scultore crea le sue opere, o come preferisce dire lui ricordando il grande maestro Michelangelo, "libera" le sue sculture. Il tema del seminario era l'approccio dello scultore alla materia, trattandosi di marmo si parlava quindi di arte del levare. Tutto era tradotto in una prospettiva psicologica utilizzando un linguaggio metaforico da decodificare. Quello che è subito emerso e che personalmente ho verificato, è il fatto che questo seminario non aveva la presunzione di dare risposte. Aveva la speranza di aprire un dialogo sollevando dubbi, dando spunti per riflessioni, critiche o insight, cercando di promuovere quella che potremmo chiamare la psicologia della creatività. La giornata si è svolta in due tempi, la mattina (dopo una breve presentazione di noi partecipanti) abbiamo riflettuto sul significato della metafora, che nelle scienze cognitive ha acquistato rilievo divenendo un processo fondamentale perché può essere una "chiave d'accesso privilegiata per indagare la natura del pensiero umano". Ci siamo poi domandati se si potessero trovare metafore per aiutarci a comprendere l'approccio dello scultore alla materia e se tale approccio potesse essere una metafora rappresentativa di oggetti interni strategici, di relazioni interne ed esterne all'uomo. Già Sigmund Freud aveva messo in relazione la scultura e la psiche umana rilevando che entrambe utilizzassero tecniche "estrattive", una facendo scaturire forme artistiche dalla pietra nuda, l'altra, con la tecnica psicoanalitica, scavando nella mente umana ed estraendo problemi per chiarire e rasserenare l'animo. Ma la questione decisiva su cui siamo stati portati a riflettere ed a soffermarci è stata su cosa accada allo scultore nell'atto stesso di scolpire e cosa accada alla scultura nell'atto della "liberazione". Riportandolo in chiave psicologica abbiamo riflettuto su cosa accada al terapeuta al momento di entrare in contatto con le condizioni iniziali del paziente e su cosa accada, ad entrambi, analista e analizzando, quando il paziente è nell'atto di "essere forgiato, innalzato, instradato (oltre che ascoltato, accolto e compreso)." Un'analogia tra scultore e terapeuta continua a far eco in me, così come un bravo scultore anche un terapeuta deve avere la capacità di leggere e interpretare, di sentire.
Il momento esperienziale che è seguito alle nostre discussioni è stato sicuramente il momento più emozionante. A questo punto il nostro gruppo di psicologi si è diviso, avevamo a disposizione due tavoli e ognuno di noi, mosso da motivazioni che poi abbiamo anche rielaborato insieme, ha scelto la propria disposizione. È stato stupefacente poi accorgersi di quanto ci siamo influenzati all'interno dei due sottogruppi. Uno ha preferito lavorare su forme più arcaiche, tondeggianti, l'altro su figure più antropomorfe, più evolute. È stato importante poi verbalizzare e analizzare le percezioni che abbiamo avuto nell'incontro con questa materia perché ci hanno permesso di vivere questa separazione del gruppo non come una scissione, ma come due momenti dello stesso gruppo. Dopo una "deliziosa" pausa pranzo,abbiamo ripreso il nostro cammino ritornando a parlare della percezione chiamando in causa le due grandi teorie, quella del cognitivismo e quella della Gestalt, cercando di estrapolare le eventuali altre metafore da poter utilizzare. E poi finalmente ci siamo avvicinati al blocco di marmo. Anche qui l'analogia con la psicologia viene da sé: abbiamo enfatizzato su questo incontro paragonabile al primo che il terapeuta ha con il paziente, sottolineando quanto sia fondamentale per un'eventuale sua presa in carico. Butini ci ha confessato che tutte le sue opere sono state create partendo dalla materia, nel caso del marmo, è spesso il blocco di marmo che "chiama" lo scultore. Di nuovo, un bravo scultore deve saper sentire, ascoltare e raccogliere questo messaggio. Quando mi sono avvicinata a questo masso marmoreo ho vissuto emozioni contrastanti. Innanzi tutto rispetto, rispetto verso un materiale così imponente e importante ma sconosciuto per me. Poi timore, timore nello scolpire, nel poter rovinare questa massa che, anche se "grezza" è la testimonianza importante di un'entità primitiva come la natura. Lo scolpire richiede forza, movimenti quasi musicali ma decisi, è qui che ho avuto timore di farmi male. Direi che questa vicinanza con il marmo mi ha affascinata ma mi ha fatto percepire anche la mia impotenza. Nel momento in cui lo scultore Giorgio Butini ha preso lo scalpello in mano ed ha iniziato a togliere il superfluo, è apparso un volto: un'immensa gioia mista a stupore mi ha pervasa, un'energia indescrivibile. Molti sono stati gli spunti che sono nati dal vedere l'artista all'opera. Abbiamo discusso sulla frustrazione vissuta dallo scultore e dal terapeuta davanti ad un'opera "non riuscita", dell'analogia del colpire il marmo con l'abbattere le difese del paziente, dell'aggressività, vista in modo positivo, dello sculture nell'approccio al levare comparata a quella dall'analista, della fase finale che accompagna l'opera finita a separarsi dal proprio maestro. In sintesi, il seminario è stato un momento di "semina", un incontrarsi in gruppo per gettare le basi per una nuova prospettiva psicologica che è quella della psicologia delle metafore che ci permette di aprire le nostre menti verso nuovi, sconosciuti, orizzonti. Chiara Erminia Ciolini Associazione "Le Muse"
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